Il primo papero che preferisce la carta all'acqua!

Leggendo “180 chili di Amministratore Delegato” di George Saunders

Geroge Saunders, 180 chili di Amministratore Delegato (1996)

di Giovanni Battista Menzani

[“49+1″ è la rubrica di Giovanni Menzani, architetto e scrittore, che un lunedì sì e un lunedì no “racconterà un racconto” di un grande scrittore del Novecento. Uno sguardo ravvicinato su questa forma in cui l’Italia è stata maestra nell’Ottocento, prima di passare la palma al mondo anglosassone.]

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“180 chili di Amministratore Delegato” è contenuto nella raccolta “CivilWarLand in Bad Decline” (1996), tradotto in Italia da Einaudi (“Il declino delle guerre civili americane”, 2005).

Jeffrey lavora nella sede della sedicente ditta “Alternative Umane per i Procioni”, dove fanno finta di prelevare i piccoli animaletti dai bidoni della spazzatura perennemente rovesciati di casalinghe suburbane per poi liberarli nei boschi di aceri, mentre invece li sopprimono con una leva smontagomme e li seppelliscono in una grande fossa dietro l’ufficio. “È il nostro piccolo segreto aziendale”, dice Jeffrey, che è assai abile a mentire al telefono con i clienti descrivendo il selvaggio ambiente naturale che sarà il teatro della liberazione, i ruscelli e le fertili valli, perché i clienti non debbano poi soffrire di sensi di colpa.
Jeffrey è obeso: si nutre solo di cibo spazzatura. Al mattino, finite le fatture si concede una barretta al cioccolato e noci pecan. Anzi, due. Da anni non ha rapporti con le donne. “Sono troppo grasso per attrarre compagnia femminile”, commenta lui. Non si compra più i pantaloni nei negozi normali e gli viene il fiatone quando va dalla cucina al salotto. Suo padre, anch’egli obeso, è morto alcolizzato.
Jeffrey è l’oggetto dei quotidiani scherni dei colleghi, che gli lasciano dei magneti a forma di ippopotamo sul frigo e che gli contano i rotoli e i sottorotoli della sua pancia informe, e in particolare del capo, Tim, un bastardo che si è fatto da dieci a dodici anni di galera per omicidio colposo – “ha fatto marcia indietro apposta sopra a uno studente”, ci racconta Jeffrey – e che ogni tanto sfascia un mobile o una mensola, così, solo per avvertire i suoi sottomessi che ha un carattere orrendo e quanto può essere cattivo.
Ma quello che fa impazzire il nostro sfortunato eroe è che Tim ogni tanto esce con Freeda, la specialista in archiviazione e recupero documenti di cui Jeffrey è da sempre innamorato (ovviamente, non ricambiato), anzi se la scopa proprio, e la picchia anche, tanto che la donna si procura tagli e lividi in faccia.
Così, un giorno che da loro si intrufola un’animalista sospettosa che sta per curiosare sull’orlo della grande fossa dei procioni, una ragazza pallida in sari, lestamente inseguita da un minaccioso Tim, a Jeffrey non par vero intervenire per salvare la giovane pulzella – che nel frattempo ha iniziato ad armeggiare con la videocamera – stringendolo in un abbraccio mortale. Con il suo peso e la sua forza immane non riesce a trattenersi, e Tim si affloscia inerme ai suoi piedi.
Il cielo è viola come nei santini della Crocefissione.

Ecco il suo epitaffio, dal carcere:
“Forse il Dio che vediamo, il Dio che ha il comando giornaliero, è semplicemente un Dio inferiore. Forse c’è un Dio superiore a questo Dio inferiore, che magari è in tutt’altre divine faccende affaccendato, ma torna subito, e quando torna prende il Dio inferiore per l’orecchio e dice:
Adesso stammi bene a sentire. Lo vedi quel ciccione? Si può sapere che ti ha fatto? […] Non ne ha mandate giù più di mille uomini messi insieme? […] Non ti sei accorto che la sua vita è stata un unico interminabile incubo?
E forse […] il vero Dio mi prenderà tra le braccia dicendo:
Le mie più sentite scuse, abbiamo commesso un errore. Accetta questa nuova nascita, in segno della mia stima.
E sbucherò di nuovo dalle gambe di mia madre, un bambino più esile e più bello, destinato a una vita diversa, in cui sono imperioso, elegante come un cervo, vincitore”.

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